Trenta euro in sette minuti. È quanto è costata a una persona, che chiamerò Maria (nome di fantasia, ma il caso è reale), la telefonata più ansiosa della sua vita. Attendeva gli esiti di alcune analisi di un familiare quando sul display è comparso un presunto “Centro Unico CUP”, con l’invito a richiamare con urgenza un numero verde 89347794 per “comunicazioni riservate”.
Ha richiamato, come avrebbe fatto chiunque. Una voce registrata le ha chiesto di restare in linea; quando la chiamata è caduta, il credito era azzerato.
L’aspetto rilevante, però, non è la cifra. È quel “verde”.
Un numero che sembra gratuito e non lo è
Dietro la numerazione apparentemente verde si nasconde un numero 893, a pagamento. Sul messaggio appare gratuito; sul credito telefonico risulta oneroso. Sappiamo anche quale strada prendano le somme sottratte: i truffatori acquistano blocchi di numerazioni da società internazionali e ne frazionano i proventi attraverso contratti di servizio a valore aggiunto e società di comodo all’estero. Il denaro, in altre parole, viaggia sui binari ordinari del commercio telefonico.
Il meccanismo, poi, non ha bisogno di sofisticazione: “urgenza” accende il panico, “riservate” spegne il ragionamento. Non occorre essere ingenui, è sufficiente avere qualcuno in ospedale.
Le domande che dovremmo porci:
È davvero impossibile fermare questo meccanismo prima che il telefono squilli e, a causa di un messaggio che ci inquieta, il conto si svuoti? Nessun controllo preventivo? Nessun filtro da parte dell’operatore? Nessun blocco a protezione di un credito che si esaurisce rapidamente per una chiamata diretta verso una numerazione estera?
La risposta, oggi, è: niente.
Spetta invece agli investigatori ricostruire a ritroso il percorso del denaro, tra tabulati, server e cooperazione internazionale. Un lavoro tutt’altro che agevole. Latita, al contrario, la prevenzione da parte di chi, per previsione della normativa italiana, non deve soltanto fornire il servizio telefonico, ma anche assicurare filtri alle chiamate provenienti da numeri contraffatti.
Le campagne di sensibilizzazione sono apprezzabili. Ma servirebbe, prima ancora, inasprire il controllo su chi ha la tecnologia per proteggere questi strumenti di comunicazione e ha il dovere di farlo.
Il fattore umano e il limite dell’informazione
Resta un dato di realtà: il fattore umano è il punto debole di queste truffe, che diventano sempre più raffinate e personalizzate. Non riguardano soltanto i privati. Basti ricordare il caso di Banca Revolut, di poche settimane fa che ha ceduto i dati di centinaia di clienti dopo aver creduto a una PEC apparentemente proveniente da un’importante istituzione, o quello di un ex amministratore di una banca che ha disposto un bonifico milionario ritenendo di obbedire a un ordine del suo superiore.
Informare o informarsi non basta, né per proteggere né per sentirsi protetti. Dobbiamo imparare alcune azioni fondamentali.
Cosa fare, concretamente?
La prima è fermare il dito indice prima che tocchi il link ricevuto; la seconda, bloccare il numero comparso sul messaggio. Occorre poi riflettere su ciò che si riceve, mantenere sangue freddo e condividere con qualcuno quello che sta accadendo: piccole regole che interrompono la catena dell’attacco.
Non richiamare il presunto numero verde, ma cercare il numero ufficiale dell’ente. Bloccare subito il mittente. Denunciare l’accaduto sul portale della Polizia Postale.
La denuncia: un obbligo morale prima che un adempimento
In Puglia, secondo un autorevole osservatorio, quest’anno si contano già oltre 3.700 attacchi informatici, e le truffe online sono ormai all’ordine del giorno delle denunce ricevute dagli organi di polizia giudiziaria. Eppure denuncia, di solito, una vittima su quattro. Molti provano vergogna, altri ritengono che non serva a nulla.
Ogni denuncia non presentata è un danno che non entra in nessuna statistica, e così il fenomeno continua a non esistere ufficialmente, almeno non nelle sue dimensioni reali. Provate a chiedervi chi si avvantaggi di tutto questo.
Vergogna e perdita di tempo sono parole che non devono esistere. Denunciare è l’unico modo per far aprire gli occhi a chi governa questi meccanismi e gestisce i nostri conti e i nostri dati. Tocca a loro costruire un argine. Noi dobbiamo attivare la conoscenza di regole semplici, perché confonderci, come si è visto, è fin troppo facile.
Quel numero verde è diventato un numero rosso: rosso come il conto telefonico svuotato da questa truffa.
di Avv. Massimo Melpignano, specialista in diritto bancario e dei mercati finanziari
Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno, rubrica “I conti in tasca”, 25 ottobre 2026, p. 7


