Segnaliamo un’interessantissima Sentenza della Suprema Corte di Cassazione del marzo 2018 per il peculiare inquadramento giuridico che viene dato a un’operazione di compravendita di opere d’arte.

Lo schema analizzato dai Supremi Giudici, ai quali si è chiesto di risolvere il contrasto interpretativo sorto tra le parti, è semplice, ma l’inquadramento giuridico che ne viene dato è singolare.

La sottoscrizione di un contratto di compravendita di opere d’arte a un prezzo scontato, con una percentuale variabile tra il 5% e il 7% del prezzo indicato in listino, con la facoltà per gli acquirenti di risolvere il contratto e di ottenere, una volta scaduto il termine convenuto, la restituzione di un importo superiore rispetto a quello versato al momento dell’acquisto e pari al prezzo di listino dell’opera d’arte, non configura una mera transazione commerciale, rientrante nella specie della compravendita di opere d’arte garantita da un diritto di “ripensamento” (con restituzione del bene nel termine previsto), ma un’operazione complessa, promossa da promotori finanziari, che va ricondotta nel novero dei prodotti finanziari.

Sebbene non sia tipizzato dal Testo Unico sulla Finanza (TUF), il contratto di investimento si presta ad assurgere a forma giuridica di ogni investimento di natura finanziaria, ai sensi dell’articolo 1, comma 1, lettera u) del sopra citato Testo Unico.

L’atipicità del contratto riflette la natura aperta e atecnica di prodotto finanziario, la quale, se da un lato costituisce la risposta del legislatore alla creatività del mercato e alla molteplicità di prodotti offerti al pubblico dai suoi attori, dall’altro risponde all’esigenza di tutela degli investitori, consentendo di ricondurre nell’ambito della disciplina di protezione dettata dal Testo Unico anche forme innominate di prodotti finanziari.

L’investimento di natura finanziaria comprende ogni conferimento di una somma di denaro da parte del risparmiatore con un’aspettativa di profitto o di remunerazione, vale a dire di attesa di utilità a fronte delle disponibilità investite nell’intervallo determinato da un orizzonte temporale, e con un rischio.

Tale operazione complessa, caratterizzata dalla predeterminazione dell’importo promesso, non è esente da rischio – nella specie del “rischio emittente”.

Poiché anche il rischio emittente è incluso nell’alea assunta dall’investitore mediante l’investimento, ai fini della configurabilità della presenza di un prodotto finanziario (con la correlata applicazione della disciplina in materia di sollecitazione), la Corte ha ritenuto sufficiente che sussista l’incertezza in merito non all’entità della prestazione dovuta, o al momento in cui questa sarà erogata, bensì alla capacità stessa dell’emittente di restituire il tantundem, con la maggiorazione promessa.

 

Per approfondire:

Sentenza 5 febbraio 2013 n. 2736

Cassazione, II Sez. Civile, 12 marzo 2018, n. 5911

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